• Jan 15, 2021
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CHE GUSTO LEGGERE!

La pasta nella letteratura

La presenza di cibo nella letteratura è… senza tempo. Opere letterarie che trattano l’alimentazione non si contano più, ormai, da quante sono. Si pensi che già nella Genesi un semplice frutto, la mela, diventa protagonista, per passare poi all’Odissea e all’antro di Polifemo (tanto per scegliere una delle numerose pagine in cui si parla di cibo) dove “erano carichi di formaggi i graticci, eran stipati i recinti di agnelli e di capretti”.



Lavoriamo con il cibo, ci piace il cibo e… ci piace pure leggere di cibo nelle pagine di tomi, volumi, romanzi.
Questo mese abbiamo dunque deciso di dedicare il nostro articolo del blog alla pasta, al pane, ai dolci e ai panificati in generale di cui si parla nella letteratura novecentesca. Chi racconta cosa? Ecco un piccolo excursus.

1. GIOVANNI PASCOLI, Canti di Castelvecchio (1905)

Pascoli, a inizio secolo, racconta la bellezza delle piccole e semplici gioie culinarie.



“È l’ora, in cucina, che troppi due sono, ed un solo non basta: si cuoce, tra murmuri e scoppi, la bionda matassa di pasta”.

2. MARCEL PROUST, Alla ricerca del tempo perduto (1913)

Nella sua opera più importante, Proust è capace di descrivere come il sapore della madeleine - piccolo dolcetto soffice francese a forma di conchiglia - sia in grado di risvegliare memorie del passato.

“E appena ebbi riconosciuto il sapore del pezzetto di madeleine, inzuppato nel tiglio, che mi dava la zia […], subito la vecchia casa grigia sulla strada, dove era la sua camera, si adattò, come uno scenario di teatro, al piccolo padiglione che dava sul giardino, costruito sul retro per i miei genitori (quel lato tronco che solo avevo rivisto fin allora); e con la casa, la città, da mattina a sera, e con qualsiasi tempo, la piazza dove mi mandavano prima di pranzo, le vie dove andavo a far delle compere, i sentieri in cui ci si inoltrava se il tempo era bello. E come in quel gioco, che piace ai Giapponesi, che consiste nell’immergere in una ciotola di porcellana piena d’acqua dei pezzetti di carta fino allora indistinti che, appena bagnati si distendono, si rigirano, si colorano, si differenziano, diventano fiori, case, figure umane consistenti e riconoscibili; così, ora, tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di Swann, e le ninfee della Vivonne, e la brava gente del villaggio e le loro piccole case e la chiesa e tutta Combray e i suoi dintorni, tutto questo che sta prendendo forma e solidità, è emerso, città e giardini, dalla mia tazza di tè”.

3. GRAZIA DELEDDA, “Un po’ a tutti” (in Chiaroscuro, 1921)


Quella di Grazia Deledda è una prosa che pullula di descrizioni di pietanze e che trasmette il suo senso di appartenenza alla terra sarda.

“Per la festa di Sant’Anastasio le famiglie anche le meno abbienti del villaggio, anche quelle che eran cariche di debiti o che avevano i figli agli studi, apparecchiavano la tavola, vi mettevan su mucchi di focacce, taglieri colmi di carne arrostita allo spiedo, formaggio, giuncata, vino e miele e aprivan la porta a chi voleva entrare a banchettare. Gli ospiti venuti dai paesi vicini, i poveri e i monelli del villaggio accorrevan come mosche: più ne venivan più i padroni erano contenti, non solo, ma nel pomeriggio, mentre le campane suonavano a distesa e pareva annunziassero che nel mondo triste era finalmente cominciato il regno di Dio, intere giovenche e colonne di focacce venivano distribuite a porzioni eguali […] agli ospiti e ai poveri che così portavano a casa, ai vecchi invalidi, agli infermi, alle donne vergognose, la cena e anche il pranzo per l’indomani”.

4. UMBERTO SABA, Ultime cose (1944)


Un mattarello, delle mani esperte, una pasta genuina: la poesia delle cose antiche rivive nei versi di Umberto Saba.



“C’era nel mezzo una tavola dove versava antica donna le provviste. Il mattarello vi allungava a tondo la pasta mole”.

5. GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA, Il Gattopardo (1958)

Il romanzo ci riporta nell’Ottocento siciliano, tra descrizioni di banchetti nobiliari, dove tutto ha importanza: dal gusto alla vista. Cibo e piaceri amorosi dei protagonisti entrano, qui, in un interessante parallelismo.

“L’oro brunito dell'involucro, la fragranza di zucchero e di cannella che ne emanava, non era che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionava dall’interno quando il coltello squarciava la crosta: ne erompeva dapprima un fumo carico di aromi e si scorgevano poi i fegatini di pollo, le ovette dure, le sfilettature di prosciutto, di pollo e di tartufi nella massa untuosa, caldissima dei maccheroni corti, cui l’estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio. […] Angelica, la bella Angelica, dimenticò i migliaccini toscani e parte delle proprie buone maniere e divorò con l’appetito dei suoi diciassette anni e col vigore che la forchetta tenuta a metà dell’impugnatura le conferiva. Tancredi, tentando di unire la galanteria alla gola, si provava a vagheggiare il sapore dei baci di Angelica, sua vicina, nel gusto delle forchettate aromatiche, ma si accorse subito che l’esperimento era disgustoso e lo sospese, riservandosi di risuscitare queste fantasie al momento del dolce; il Principe, benché rapito nella contemplazione di Angelica che gli stava di fronte, ebbe modo di notare, unico a tavola, che la démi-glace era troppo carica, e si ripromise di dirlo al cuoco l’indomani; gli altri mangiavano senza pensare a nulla, e non sapevano che il cibo sembrava a loro tanto squisito perché un’aura sensuale era penetrata in casa".

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